“Venezia Anno Zero: immagine-tempo di uno spazio sospeso” testo di Giorgia Rizzioli, 2026, IT
Cosa resta di una città quando l’uomo, improvvisamente, si ritrae? Venezia Anno Zero (2020) chiama in causa, fin dal titolo, Germania Anno Zero (1948) di Rossellini, ma ne devia subito la traiettoria. Là dove Rossellini affida al volto umano il peso del reale, Andrea Morucchio opera per sottrazione. Il suo è uno sguardo che toglie, che svuota, che riduce la presenza dell’uomo fino a renderla quasi residuale. Un gesto che richiama la pratica scultorea, più che quella cinematografica. L’immagine è attraversata da una costellazione di negazioni. Non come semplice privazione, ma come dispositivo percettivo. È l’assenza a farsi presenza. Il fuori campo assume un ruolo centrale, spostando l’attenzione dal visibile al suo margine, da ciò che appare a ciò che insiste senza mostrarsi. Non ci sono macerie né corpi segnati dalla storia. Eppure, si avverte una soglia, un azzeramento. Non imposto dalla distruzione, ma da una sospensione inattesa. Un silenzio quasi onirico si espande e riconfigura lo spazio. Accade poco, e proprio per questo tutto emerge. La luce che aderisce alle superfici, l’acqua che lambisce e sconfina, il tempo che non scorre ma si deposita. Strato dopo strato. In questa sospensione, Venezia smette di essere scenografia. Torna a essere presenza.Non una città deserta, ma una città abitata da ciò che solitamente resta ai margini. Il lo sciabordio delle onde, i richiami dei gabbiani, la vibrazione continua della laguna. La quasi assenza dell’uomo non produce un vuoto, ma una rivelazione. Dopo anni di sovraccarico, di attraversamenti incessanti, la città sembra riemergere in una forma più nuda, quasi intatta. L’“anno zero” evocato da Morucchio non coincide con una fine. Indica piuttosto una possibilità percettiva. Un vedere di nuovo, come se fosse la prima volta. Una riattivazione del genius loci di Venezia e del suo ambiente lagunare, che passa attraverso la sospensione dello sguardo abituale. Le trenta ore di girato, raccolte durante il primo lockdown tra il 17 marzo e il 17 maggio, si condensano in tredici minuti. L’attrezzatura è minima, uno smartphone tenuto a mano. Una scelta che non è solo tecnica ma poetica. In una sorta di estetica del do-it-yourself, Morucchio attraversa la città e ne registra una rinascita percettiva. Il gesto del filmare coincide con quello del camminare. Una pratica che si avvicina alla performance site-specific, dove Venezia non è soltanto oggetto ma co-presenza attiva nel “fare”. Non si tratta di documentazione né di sopralluogo. È una formulazione artistica in cui il fare diventa visione. Il camminare struttura il cortometraggio, ne determina il ritmo, ne orienta lo sguardo. Ciò che emerge non sono semplicemente immagini in movimento, ma immagini che trattengono il tempo. Fotografie dilatate, in cui ogni inquadratura persiste oltre la sua funzione narrativa. La panoramica, ricorrente, non apre lo spazio ma lo distende. Non guida lo sguardo verso qualcosa, lo immerge in una durata. L’immagine si fa tempo, più che racconto. Una condizione che richiama ciò che Gilles Deleuze definirebbe immagine-tempo, in cui il movimento non organizza l’azione ma sospende la percezione. Il montaggio traduce i passi di Morucchio in una punteggiatura visiva. Campi medi, movimenti laterali, carrellate lente. Non c’è stasi, ma nemmeno tensione verso un punto culminante. Piuttosto un andamento, una deriva controllata, quasi a simulare il movimento dell’acqua. Un camminare che sostituisce l’attesa del momento perfetto. E tuttavia, proprio in questa continuità, il momento emerge. La dimensione fotografica si manifesta anche nella costruzione dell’inquadratura. Nell’angolazione, nella scelta del punto di vista, nella capacità di trattenere lo sguardo. Il tempo, qui, non misura la durata ma la intensifica. Genera una sospensione che sfiora l’ipnotico. Anche il camminare assume una qualità ipnotica, meditativa. Una progressiva immersione che trova risonanza nelle musiche di Claudio Rocchetti, che accompagnano le immagini. Questa sensazione onirica viene alimentata dalla presenza periferica della figura umana. La città si fa più che umana. Non per eccesso, ma per sottrazione. Come se, privandosi dell’uomo, Venezia potesse finalmente eccedere sé stessa. Sono pochi, infatti, i momenti in cui la figura umana compare nelle immagini, e quando lo fa è sempre il movimento ad essere l’azione predominante. È una apparente stasi quella che descrive Morucchio, non c’è nulla di dechirichiano in questi campi e campielli. Si procede con un ritmo sempre più incalzante: dalle panoramiche che caratterizzano la prima metà del corto, fino alla fine, più ritmata dove le immagini in movimento sembrano uscire direttamente dal clic dell’otturatore della macchina fotografica. Il ticchettio dei passi e la ritmica calzata della corsa, una stazione che parla a nessun viaggiatore, campane che scandiscono il ricordo al tempo. Ma la vera protagonista di queste immagini è l’acqua, che fa da specchio e vetrina a tutta l’azione. La sua superficie accoglie e raccoglie la città. In essa e su di essa si specchia il tessuto urbano, i palazzi, le briccole con tutta la storicità della laguna. L’acqua raccoglie questi fotogrammi e li restituisce quasi come se ce li presentasse per la prima volta. Dunque, è questo che succede quando l’uomo, improvvisamente, si ritrae. Venezia Anno Zero nasce dalla condensazione di oltre trenta ore di riprese realizzate durante il primo lockdown. Tuttavia, il lavoro di Morucchio non si esaurisce in questa fase: la ripresa prosegue nei mesi successivi, fino al 2021, ampliando il corpus visivo e concettuale del progetto. Questo materiale ulteriore viene progressivamente raccolto, rielaborato e canalizzato in una pluralità di formati multimediali, andando a costituire un sistema più ampio che mantiene il titolo di Venezia Anno Zero (VAZ). In questa prospettiva, Venezia Anno Zero non si configura soltanto come cortometraggio, ma si distingue per un’estetica intrinsecamente multimediale. Se i tredici minuti del corto rappresentano la culminazione di un processo di ricerca e riflessione maturato durante i mesi più intensi del lockdown, tale percorso trova una prosecuzione nel 2021, articolandosi in una ramificazione di pratiche e linguaggi che individuano già nella dimensione espositiva il loro primo terreno di sviluppo. Il corto è stato presentato per due mesi, dal 10 settembre al 2 novembre 2020, nello spazio proiezioni della Fondazione Cini. In questa occasione, l’opera si è offerta in un formato apparentemente tradizionale, che richiama il cinema esposto negli ambienti istituzionali di musei e gallerie. Accanto alla proiezione su una parete bianca, adibita a schermo cinematografico, il lavoro veniva però frammentato e disseminato in due schermi dotati di sistema audio, sui quali venivano presentate immagini-tempo isolate. Gli spettatori potevano così sia seguire il film nella sua interezza sia avvicinarsi autonomamente a questi dispositivi, costruendo un’esperienza di fruizione più libera e stratificata. Empatia, consapevolezza e impegno civico emergono come nuclei centrali della riflessione promossa da Morucchio. L’imminente fine di Venezia come ecosistema, tanto ambientale quanto civico, costituisce l’orizzonte ultimo dell’intero progetto Venezia Anno Zero. Non sorprende, pertanto, la forte connotazione politico-sociale che permea le immagini. La critica all’overtourism e allo sfruttamento della città come vetrina turistica, a scapito delle dinamiche quotidiane, rappresenta un tema ricorrente nella sua produzione. Già in Le Nostre Idee Vinceranno (2002), opera multimediale site-specific al Museo Mocenigo, così come nell’installazione di arte pubblica Pulse Red (2004) a Punta della Dogana e nell’opera immersiva The Rape of Venice (2015), sempre a Palazzo Mocenigo, emerge un’indagine costante, condotta con spirito critico e riflessivo, sul declino della città e sulla sua progressiva riduzione a prodotto economico e commerciale. In questo contesto, Venezia Anno Zero si configura come una prosecuzione coerente della riflessione già avviata da Morucchio, ma ne intensifica il carattere di urgenza fino a trasformarlo in un vero e proprio punto di massima tensione. Qui emerge un’apertura più esplicita nei confronti del pubblico, soprattutto in termini di coinvolgimento e responsabilità civica. L’artista assume così il ruolo di interprete di una sensibilità diffusa, dando forma a una riflessione che intercetta le inquietudini di molti cittadini. È proprio questa esigenza di condivisione ad orientare la scelta della multimedialità. Venezia Anno Zero si definisce quindi più come progetto che come opera delimitata, superando la dimensione puramente visiva per orientarsi verso modalità partecipative. L’allestimento espositivo, suggerisce già questa direzione, ma è soprattutto l’impianto multimediale complessivo a rafforzarne la portata, sollecitando una fruizione attiva e consapevole. Il progetto – che è ancora in fieri - si articola infatti attraverso una pluralità di formati e linguaggi, che comprendono la realtà aumentata, la video installazione, la pubblicazione di un libro curato da Sebastiano Girardi Studio, la diffusione di immagini fotografiche e la produzione di NFT.A questo si aggiunge una presenza costante sulle piattaforme social, con pagine dedicate su Facebook e Instagram e una playlist su YouTube, dove videoclip e immagini vengono condivisi con regolarità quotidiana. L’impiego della realtà aumentata conferma la vocazione sperimentale della pratica di Morucchio. Una selezione di immagini, estratte dalle ore di girato e stampate su supporti fisici, viene attivata tramite un’applicazione scaricabile gratuitamente, trasformando la superficie statica in uno spazio dinamico capace di restituire il contesto audiovisivo originario. Un processo analogo, ma inverso, caratterizza la serie Stills, altra articolazione del progetto. Se nella realtà aumentata l’immagine fissa si anima, qui è il flusso video a essere interrotto e condensato in singole immagini. Morucchio isola fotogrammi dai numerosi videoclip, arricchendoli con informazioni che ne contestualizzano la produzione. Sulle stampe compaiono infatti indicazioni sul luogo di ripresa, accompagnate da una mappa della città e da una vista tridimensionale, oltre alla data, all’orario e a un codice QR che permette di accedere al video corrispondente. Questa tensione tra documentazione e unicità trova un ulteriore sviluppo nella scelta di tradurre parte del progetto in NFT. La documentazione video, che restituisce una Venezia inedita e irripetibile, viene così rielaborata attraverso la tecnologia blockchain, capace di garantire l’unicità dell’opera digitale. Ne deriva una selezione di videoclip proposti in edizione 1/1, che rafforza l’idea di testimonianza di un momento eccezionale e al tempo stesso ne sottolinea il valore simbolico e culturale. Se Venezia Anno Zero mostra cosa accade quando l’uomo si ritrae, suggerisce anche, in controluce, cosa accade quando ritorna. L’immagine-tempo costruita da Morucchio non è soltanto una sospensione irripetibile, ma una soglia critica. Non restituisce semplicemente una Venezia “autentica”, libera dal turismo, perché tale autenticità rischierebbe di essere a sua volta un’illusione. Piuttosto mette in crisi lo sguardo stesso che su Venezia si posa, rendendolo improvvisamente consapevole delle proprie abitudini percettive e delle proprie responsabilità. In questo senso, il progetto non si esaurisce nella documentazione di un evento eccezionale, ma agisce come dispositivo critico. La multimedialità non amplia soltanto i canali di fruizione, ma moltiplica i punti di accesso a una stessa domanda. Come guardare Venezia oggi, e soprattutto come abitarla. L’assenza che attraversa le immagini non è quindi un vuoto nostalgico, ma una condizione che interroga il presente. Ciò che resta, alla fine, non è tanto l’immagine di una città sospesa, quanto l’esperienza di uno sguardo trasformato. Un invito, forse, a non tornare semplicemente a vedere come prima.
Giorgia Rizzioli