Andrea Morucchio (Venezia 1967) Dopo la laurea in Scienze Politiche all’Università di Padova, Andrea Morucchio inizia la sua carriera fotografica nel 1989. Dalla fine degli anni ’90 ha ampliato la propria ricerca linguistica – spesso basata su considerazioni di carattere socio-politico – in varie direzioni, dalla scultura all’installazione, dal video alla fotografia e all’arte digitale. Nella sua folgorante carriera Morucchio ha praticato i più diversi strumenti e generi della ricerca artistica contemporanea, usato in modo prestigioso i nuovi media della comunicazione visuale adattandoli ogni volta alle proprie idee ed esperienze esistenziali. Ha saputo ri-vedere con sguardi nuovi, riuscendo persino ad ibridare in un magnifico composito materiale ed espressivo – per raffinate alchimie e sottigliezze mentali – linguaggi diversi: figure, suoni, gesti, parole, ma rimanendo, pur nella varietà delle risoluzioni formali, coerente con le istanze di un pensiero dell’immagine, dell’immagine della natura e della vita, delle cose e del mondo, investigando con uguale inesorabile lucidità, sia i recessi della psiche che i drammi dell’esistenza. Le sue opere sono conservate al Museo del Vetro, Murano, Musei Civici, Venezia, al MUPA Museo del Paesaggio, Torre di Mosto, al Museum of Old and New Art, Hobart, Australia inoltre fanno parte delle collezioni di  Provenance Collection, Tacoma, di  Durjoy Bangladesh Foundation, Dhaka e di Islington Collection, Hobart.

1999 - 2009

Accostarsi al lavoro di Andrea Morucchio significa entrare in una dimensione creativa proteiforme – apparentemente disorientante, forse – che è andata costituendosi in un ampio orizzonte di ricerca:  fotografia, scultura, installazione, video e performance sono, infatti, i mezzi che l’artista utilizza da più di un decennio in una continua sperimentazione di dimensioni espressive, esperenziali e creazioni di senso. Se il primo medium d’elezione è stata la fotografia, dalla fine degli anni ‘90 Morucchio si è indirizzato a scandagliare le implicazioni spaziali della scultura partendo dalla realizzazione di una serie di opere in vetro e ferro (Blade ed Enlightenments) che nella loro relazione dinamica tra elementi antitetici raccolgono già uno dei nuclei principali e ricorrenti della sua poetica.

Blade 01
Blade 01, 1999, vetro molato,  ferro forgiato

Sono opere in cui si attivano differenti rapporti duali: vetro e ferro, fragilità e resistenza, trasparenza e ottusità della materia, mobilità ed immobilità, attivo e passivo; antinomie che determinano quella “tensione”, a volte sottesa, a volte più esplicita, che percorre i suoi lavori, nei quali l’interesse sensoriale per la forma e per le potenzialità espressive della materia non è mai disgiunto dal livello simbolico o metaforico. Alla bilanciata e meditata definizione di queste prime opere plastiche – insieme essenziali ed evocative –  si unisce la  profonda conoscenza delle qualità intrinseche del vetro, con il quale l’artista ha avuto costante frequentazione e di cui conosce a fondo effetti, possibilità e tecniche di lavorazione.

Enlightenments 02, 2000, ferro forgiato, vetro soffiato e molato

Strutture di ferro tengono sospese o bloccano lame di vetro di cui accentuano il senso di mobilità, “contingenza” e fragilità (Blade, 1999) oppure, cunei di vetro trasparente squarciano immote superfici di ferro proiettandosi, grazie ai riflessi luminosi, oltre i propri confini formali, in un’espansione nello spazio che tende alla smaterializzazione della materia stessa (Enlightenments, 2000) Fendere lo spazio, squarciare l’ombra del metallo introducendovi la luce, grazie alla trasparenza e la purezza del vetro, sembra corrispondere non solo ad una ricerca di carattere estetico ma anche etico, una necessità di “chiarire”, una volontà di discernimento, e ancora una liberazione dalla pesantezza/oppressione dell’indistinto, del confuso. Per certi versi la ricerca di una carica energetica dei materiali sembra avvicinarlo ad una sensibilità appartenente alle tendenze dell’Arte povera, ma Morucchio incanala le potenzialità della materia in forme rigorose, determinate e realizzate con estrema precisione avvalendosi di un lungo e complesso processo di lavorazione, che, tuttavia, non ne toglie l’anima ma, anzi, pare quasi condensarla o “custodirla”. Si apre in tal modo un “catalogo” di immagini quasi archetipiche, sacre o rituali di forte valenza semantica, portatrici di un continuo confronto di forze: dalle traiettorie luminose dei cunei di cristallo delle sculture Enlightenments alle lame di vetro bloccate nel loro slancio frontale da barriere di metallo (Wave, 2001), sino ai levigati fasciami di giavellotti in vetro satinato tenuti insieme per “costrizione” da pezzi di camera d’aria (Accumulo, 2002). L’interesse verso uno sviluppo della forma e della materia nello spazio – chiaramente individuabile nella serie Enlightenments – viene ulteriormente approfondito negli interventi ambientali realizzati nel 2002 presso i Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia e nel 2003 in Australia per i Royal Botanical Gardens di Hobart.

Percer_Voir 02, vetro cristallo soffiato e molato,  2003, Royal Tasmanian Botanical Gardens, Hobart

Percer-Voir sembra infatti essere l’evoluzione “ambientale” delle prime prove scultoree nella ricerca di uno spazio sensoriale e percettivo sempre più ampio e interagente con l’osservatore. La reiterata scelta dell’uso del vetro che caratterizza questa fase della produzione dell’artista è determinata dalle proprietà specifiche del  materiale: la trasparenza, la “mobilità” gli effetti di smaterializzazione e dinamicizzazione determinati dai riflessi luminosi. Già nel titolo Perce-Voir, che gioca con i termini percepire, forare, vedere, ritorna quella esigenza linguistica, estetica ed etica insieme di aprire altre possibilità di percezione, di comprensione, di discernimento oltre le abitudini  visive, sensoriali o intellettuali. Continua quindi una ricerca che tende a varcare l’apparenza o la consuetudine nelle dimensioni più diverse: innestando una serie di punte di vetro cristallo nel terreno di un prato o sullo specchio d’acqua di un lago, l’artista utilizza i riflessi della luce naturale – e dell’acqua – sulla materia vitrea per  generare nuovi contesti d’esperienza in una direzione che sviluppi le proprietà emozionali e percettive del materiale, “aprendo” il campo visivo dell’osservatore ad una esperienza altra dello spazio.Caratteristiche peculiari della materia che vengono piegate in senso strettamente metaforico in un’opera quale Iconoclasm (2003), la proprietà del vetro di assorbire la luce, imprigionarla e farne la propria essenza viene usata come metafora “visiva” dei meccanismi di formazione, affermazione e persistenza dei poteri totalitari – nazismo in primis – nei confronti delle masse assoggettate. E proprio l’impegno critico, politico e sociale costituisce uno dei punti di collegamento della eclettica prassi di Morucchio: dai riferimenti ai “supremi sacrifici” terroristici insiti nell’audiovideo installazione Le Nostre Idee Vinceranno (2002), realizzata nella Sala Rossa del Museo Mocenigo di Venezia all’installazione luminosa Pulse Red (Punta della Dogana, Venezia), segnale d’allarme per i rischi della congestione dell’informazione mass-mediale, dalla complessa opera multimediale Eidetic Bush, realizzata in Australia a Laudes Regiae (2007), installazione progettata nell’ex Convento dei Santi Cosma e Damiano alla Giudecca.

Le Nostre Idee Vinceranno, 2002, Museo Mocenigo, Venezia

Ne Le Nostre Idee Vinceranno Morucchio prende spunto da un dipinto del XVIII secolo conservato a Palazzo Mocenigo in cui è rappresentato l’atto eroico del Capitano da Mar Zaccaria Mocenigo che decise di far esplodere la sua nave sacrificando la propria vita e quella dell’equipaggio piuttosto che arrendersi al nemico. Estrapola dall’opera una sequenza di fotogrammi dei corpi delle vittime coinvolte nella deflagrazione e li elabora in un video in cui vengono ingranditi ma ridotti a semplici silhouette proiettate ai lati del quadro. Gli inconsistenti profili dei “sacrificati” appaiono e si dissolvono tra i gigli di broccato della parete al ritmo del coro de Il Canto Sospeso di Luigi Nono – tratto da una lettera di un condannato a morte della resistenza al nazifascismo – trascinati nel turbinio di un mare rosso di drammatico sapore macbethiano, del “sangue che chiama sangue”.

Eidetic Bush,2003, Plimsoll Gallery, Hobart

Nel 2003 durante la sua residenza presso la Tasmanian School of Art di Hobart in Australia con Eidetic Bush (2003), tocca, invece, uno dei problemi più urgenti della regione riguardante l’ingente distruzione di zone boschive dovute agli effetti del surriscaldamento globale e alle devastanti pratiche di disboscamento. Gli scenari in abbandono dei boschi incendiati della Tasmania, nel loro spettarle spegnimento cromatico, divengo il luogo di un complesso processo di elaborazione che unisce atti performativi e operazioni digitali. Gli interventi dell’artista nel bush sembrano poter riattivare la potenza dell’immaginazione: i segni incisi sulle cortecce, le spirali di creta modellate sui tronchi carbonizzati paiono quasi un rito di  ri-approriazione di una possibilità d’esserci e di immaginare ancora; poter “riscrivere” i propri perimetri esistenziali in uno spazio al quale la combustione ha cancellato la memoria – quindi il senso dello spazio e del tempo – dopo una devastazione che  inevitabilmente rimanda a quella inflitta dagli occidentali alle popolazioni aborigene, razziate dei propri territori cosi inestricabilmente connessi alla loro cultura, e quindi azzerate totalmente. Nelle proiezioni video le spirali incise o modellate con la creta sui tronchi degli alberi  si uniscono ad altre costruite digitalmente: appaiono e scompaiono seguendo l’andamento ritmico di Caminantes…Ayacucho di Luigi Nono, mentre l’osservatore pare effettivamente addentrasi in uno spazio eidetico misterioso, dove si riattiva la “rivolta” di una memoria lontana e si riscrivono i primi segni di una spiritualità perduta.

Pulse Red, 2004, Punta della Dogana, Venezia

La capacità di relazionarsi e dialogare con il preesistente – sia che si tratti di un luogo, di una testimonianza storica o di un’opera d’arte – è uno dei punti di partenza per molta parte della produzione di Morucchio, come per Eidetic Bush, così anche per l’intervento di arte pubblica Pulse Red (2004) nel quale l’artista si mette in rapporto con l’architettura, la storia e il significato di un luogo-simbolo di Venezia come Punta della Dogana sul Bacino di San Marco. Con uno dispiegamento minimo di mezzi raggiunge esiti di forte impatto scenografico convertendo il significato simbolico del luogo in una sua attualizzazione semantica. Per diverse notti fa pulsare il Globo d’Oro di Punta della Dogana di luce rossa intermittente, trasformando la storico punto di convoglio delle merci e delle informazioni in un allarme, nel segnale del collasso del sistema comunicativo mass-mediale, che nel suo pulsare si manifesta emblematicamente la propria implosione e al contempo pare soffocare qualsiasi intelleggibilità.

Emerging Code, 2006, Galerie Rossella Junck, Berlin

L’utilizzo e l’oscillazione tra differenti mezzi espressivi sembra, a volte, inserirsi in un processo di creazione di diversi palinsesti che sovrapponendosi progressivamente determinano lo sviluppo di lavori di complessa concezione, come nelle due personali – Emerging Code alla Despard Gallery, Hobart e Emerging Code alla Galerie Rosella Junck, Berlin – nato dall’interazione di scultura e fotografia – ideato nel 2006, ma che ha i suoi prodromi in un lavoro fotografico realizzato nel 1994 nella Gipsoteca di Possagno  (Gipsoteca). La lunga meditazione sull’opera canoviana, sui gessi in particolare, sfocia in Morucchio in un’interpretazione aniconica della stessa. L’artista si concentra sui punti de repère dei modelli canoviani; questi strumenti di codificazione per la traduzione nel marmo dell’equilibrio e la bellezza ideale, vengono isolati ed elaborati in forma di piastrelle di vetro dalla punta arrotondata, che divengono il modulo per la realizzazione di sculture di impostazione rigorosamente geometrica (Cross Shoots, 2005) o ironicamente allusive (B[æd] Time, 2009),ma anche elemento costituente di più complesse opere plastiche (Off Shoots, 2006). Emerging Code si  fonda sulla connessione tra le sculture della serie Off Shoots dove ritornano i materiali più utilizzati dall’artista, il vetro e il ferro, in un’ interpretazione assolutamente personale della callimetria canoviana  e le stampe su film d’argento delle immagini di particolari fotografici dei  modelli in gesso rimanipolati digitalmente (Emerging, 2006).

Emerging 07, 2006, stampa digitale su superficie polistere argento

Nelle stampe fotografiche i torsi dei lottatori Creugante e Damosseno vengono virati in rosso: accentuati nella trazione delle fasce muscolari si accendono di una sensualità inedita e, al contempo, le loro volumetrie estrapolate ed isolate sembrano quasi introdotte ad un procedimento astrattivo, al quale partecipano radicalmente le opere plastiche che hanno portato al limite il processo di idealizzazione canoviano, fino alla scomparsa del riferimento figurativo e l’estrema riduzione minimale e aniconica dei modelli in gesso. Ma i punti de repère trasposti tridimensionalmente in piastrelle di vetro rosso-arancio rimangono a condensare una sorta di calore generativo, di luminosa forza pulsionale che si apre e fuoriesce dalle opache superfici del ferro, slabbrandole.

Sri Yantra, 2008, Vittoriale degli Italiani, Gardone

Il ricordo dei torsi riemerge nella video-performance Sri Yantra (2008), quasi come un percorso di elaborazione a tappe, dalla fotografia alla scultura, dalla scultura alla performance. Il torso dell’artista virato in rosso viene ripreso con la stessa inquadratura delle stampe fotografiche, mentre inspira ed espira secondo il ritmo di un mantra tibetano dalla polifonia disarticolata. Il discorso condotto sovente nel suo lavoro attraverso una concezione dualistica fondata su forze antinomiche cosi come sull’ambivalenza dei messaggi, si ritrova e viene superato in una sintesi e riunificazione degli opposti e complementari: inspirazione ed espirazione, maschile e femminile, forma e informe. Per mezzo del respiro il corpo diviene materia elastica in trasformazione, che fuoriesce dai propri limiti perdendo i confini anatomici: dalla divisione degli opposti all’uno unificante, al ritorno forse ad un’androginia primordiale. Il colloquio con la scultura canoviana funge anche da punto di partenza per il lavoro fotografico The Main Show (2005) realizzato nel 2005 nel quale l’artista affronta il tema della spettacolarizzazione della religione cattolica in una sequenza di fotogrammi del modello in gesso della Pietà. Il gruppo scultoreo viene fotografato variando leggermente ad ogni scatto l’angolo di ripresa, la disposizione ravvicinata delle immagini in bianco e nero disposte in senso orizzontale riproduce l’effetto di una sequenza cinematografica che stringe sempre più l’inquadratura nel centro emotivo della composizione, enfatizzando la drammaticità del soggetto che viene, di fatto, “messo in scena”.

Laudes Regiae, 2007, Convento Santi Cosma e Damiano, Venezia

Una presa di posizione critica nei confronti della politica papale contemporanea e delle proclamazioni di nuove crociate “di civiltà” si esplicita nella installazione Laudes Regiae – realizzata nel 2007 nell’ex convento dei Santi Cosma e Damiano alla Giudecca. Una schiera di elmi rossi di vetro soffiato e satinato, realizzati sullo stampo di una celata a becco di passero del XIV secolo, viene disposta a terra nella sala del convento veneziano mentre si diffondono le Laudes Regiae, il coro per messa di incoronazione tratto dal Manoscritto di Bamberg (XI secolo); sulla parete dinnanzi agli elmi i profili sintetici del Passauer Wolf – che veniva punzonato sulle spade medievali –  pulsa ad intermittenza, come la pericolosità dell’uomo per l’uomo, quell’istinto di sopraffazione apparentemente mai pago, che lo rende oppressore e carnefice di se stesso (homo homini lupus) nella continuità nel tempo e negli eterni ritorni della storia.

Verso il Paese dei Fumi e delle Urla, 2008, Campo San Bartolomeo, Venezia

Aspetto, quest’ultimo, affrontato anche nella video-audio proiezione Verso il Paese dei Fumi e delle Urla, realizzata a Venezia nel 2008 per le celebrazioni del Giorno della Memoria. Decine e decine di immagini dei simboli che, cuciti sulle vesti, marchiavano gli internati nei campi di concentramento nazisti: – gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari, le prostitute o i comunisti – vengono proiettati sulla facciata di un edificio nel cuore della città. La stella a sei punte o il triangolo isoscele di diversi colori assemblati e allineati, riprodotti nei minimi dettagli, ricompongono un atroce atlante dell’inumano, della discriminazione e della violenza, mentre scorrono i brani musicali di Nono tratti dalle musiche di scena di Die Ermittlung di Peter Weiss. Un patchwork di pezzi di stoffa, i cui colori, i ricami, la trama del tessuto, fungono da ingannevoli richiami; distanti dalle immagini in bianco e nero delle testimonianze storiche, appaiono ad un primo acchito quasi innocui, paiono affascinare o incuriosire così come continuano ad esercitare e moltiplicare la propria fascinazione la xenofobia, la discriminazione dell’altro, del diverso e delle minoranze.

Talk Show, 2005, Fondazione Bevilacqua La Masa | Venezia

Soprattutto per quanto riguarda la produzione video, i temi che Morucchio sviscera sono strettamente di carattere politico e sociale: il fulcro del lavoro stesso pare consistere nella questione urgente da affrontare e il video sembra, quindi, essere per l’artista il mezzo più immediato ed incisivo: da Sabato Italiano (2004) to Talk Show (2005) – consists of the editing together of footage of a discussion amongst a group of activists and artists which took place within the Municipal Greenhouse of the Giardini of Castello, which had just several hours before been occupied and assigned as the operating and exhibiting base of the “artistic resistance workshop” Mars Pavilion, project curated by Morucchio himself to Tracciati esistenziali (2008) scanditi, quest’ultimi, dalle frenetiche traiettorie di un gruppo di formiche che vengono utilizzate come metafora dei nostri sconsiderati ed eterodiretti percorsi d’esistenza.

La fotografia rimane lungo tutto il percorso di Andrea Morucchio un mezzo fondamentale di espressione, sia nella sua connessione con altre dimensioni linguistiche, nella relazione ad esempio con la scultura come in Emerging Code, sia in senso strettamente autonomo. A quest’ultimo versante appartiene molta parte del lavoro di Morucchio condotto dagli anni ‘90 in poi, dai lunghi e reiterati soggiorni a Cuba e in Nepal ad altri luoghi più vicini e quotidiani. La capacità di entrare in una completa empatia con i diversi contesti nei quali si trova a vivere, o che incrocia, gli permette, grazie all’obiettivo fotografico, di addentrarsi sempre in una sorta di narrazione, di cui ferma i fotogrammi che divengono punti di partenza per altre storie, vere o immaginarie, possibili o impossibili.

Santiago de Cuba, 1995

Ma allo stesso tempo non è mai un “abbandono” totale al soggetto, è sempre un allineamento di emozione e coscienza, di dentro e fuori, è immediata percezione di ciò che accade e rigorosa inquadratura dell’istante. Da questo deriva il forte senso della composizione: impalcatura formale e semantica di ogni immagine, “struttura narrativa” che lega i “segni” tra loro restituendone la possibilità di un racconto. La precisione compositiva, l’organizzazione plastica e il forte senso del colore, in accezione a volte emotiva o strutturale, sfocia sovente in opere di impostazione quasi pittorica, senza perdere, tuttavia, quella proprietà fondamentale della fotografia, quell’indicalità che da Morucchio viene assunta in modo integrale e assoluto nei confronti dell’esperienza della realtà; registra con occhio al tempo stesso acuto e stupefatto pezzi di quotidianità, cattura sguardi che forano la distanza tra soggetto e obiettivo raccontando, già senza saperlo, frammenti di vita, oppure ferma situazioni al limite del reale o, ancora, registra silenziose stasi metafisiche di oggetti e architetture solitarie negli scenari di teatri urbani. Gli aspetti formali e compositivi non sono mai disgiunti dai contenuti e dalla partecipazione emotiva al soggetto, sia un luogo, un accadimento o una persona.

Cuba, un Popolo una Nazione, Centro Culturale Candiani, Mestre

Con la sua imponente mostra fotografica personale Cuba, un Popolo una Nazione, Morucchio ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico nelle sale espositive del Centro Culturale Candiani. L’isola caraibica è ritratta nella sua versatile e complessa vita quotidiana da Andrea Morucchio, che nel 1995 ha visitato l’isola per un periodo prolungato. Con occhio acuto e stupito, egli registra le cose della vita quotidiana. Cattura sguardi che superano la distanza tra il soggetto e l’obiettivo, sguardi che inconsapevolmente raccontano frammenti di vita. O meglio, congela situazioni al limite del reale, o registra la silenziosa stasi metafisica di oggetti e architetture solitarie dentro gli scenari del teatro urbano. Gli aspetti formali e compositivi non sono mai slegati dal contenuto e dalla partecipazione emotiva del soggetto, sia esso un luogo, un evento, una persona o un’opera d’arte, as in Gypsoteca . In questa serie fotografica, realizzata nel 1994 presso il Museo Canoviano delle sculture in gesso di Possagno la concentrazione sui valori scultorei e sul rapporto formale tra le parti, ottenuto attraverso dosaggi misurati di luci e ombre, sono uniti da una lettura emotiva della scultura stessa. Come in una visione al rallentatore, infatti, attraverso il susseguirsi di riprese basate su uno scarto progressivo tra un fotogramma e l’altro, l’artista riesce a concentrarsi sui “nodi” emotivi e strutturali dei suoi soggetti, sottolineandone lo stato di sofferenza, di dolore, di complicità, di armonia – dalla Pietà a Le Grazie, all’Amore e Psiche stanti. Allo stesso modo, attraverso un sapiente uso della prospettiva, stabilisce nuovi legami e relazioni tra le sculture, strette nella maglia invisibile di un silenzio straniante fatto di dialoghi impercettibili

Disco Moon, 2009, Piazza San Lorenzo, Vicenza

L’allunaggio di Andrea Morucchio avviene in piazza San Lorenzo a Vicenza il 20 luglio 2009 con l’installazione Disco Moon, un omaggio al 40° anniversario dello sbarco sulla luna dove l’artista si confronta con un tema ‘spazialista’ rivisitato in chiave contemporanea. I diciannove elementi circolari che riproducono altrettante immagini dell’emisfero lunare sono disposti a raggiera di fronte al portale della basilica con l’intento di creare di un ‘cerchio magico’ che traccia idealmente il rapporto tra passato e futuro e determina il confine tra finito e infinito. A interrompere questo limite ci penseranno i passanti, attori e spettatori della performance. Nel colloquio tra l’opera e il suo fruitore appare chiaro che il pubblico è parte attiva, non riceve passivamente ma collabora e spesso integra l’azione dell’artista. Nel caso specifico, le persone che attraversano il passaggio diventano essi stessi un elemento dell’installazione e ne modificano lo sviluppo.

2010 - 2014

Andrea Morucchio è un artista poliedrico e la sua visione dell’arte abbraccia molteplici linguaggi espressivi che determinano anche lo sviluppo di un percorso interiore sempre in bilico con se stesso. Questo si evince in maniera particolare nella mostra Black in Black che ‘invade’ – con la sua spettacolare fisicità – un’intera sala della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, a Venezia nel settembre del 2011. Organizzata come una stanza alchemica, laboratorio della sperimentazione, ma anche luogo per un’inquisizione personale dell’identità, la mostra diventa lo specchio dove abita l’impossibile spazio dei riflessi. Il nero dominante che attraversa le differenti materie utilizzate da Morucchio è il colore/non colore di un’analisi che sembra dissolversi, per poi rifrangersi e moltiplicarsi nelle differenti figure che lo attraversano.

Back in Black, 2011, Ca Pesaro, Musei Civici, Venezia

Qui l’artista è certamente l’Artifex di una metamorfosi interiore che sposta ogni grado di lettura dell’opera verso i limiti dell’assoluto, le forme ascetiche delle sue sculture rimandano alla sofferenza fisica dell’uomo che fugge se stesso in differenti proiezioni di altri se stessi, altrettanto inquietanti. I labirinti, reali o immaginari, di questa fuga prospettica conducono al confine vertiginoso dell’infinito e la sintesi di questo percorso è tutta scritta sul corpo dell’artista che si mostra – e nello stesso tempo di-mostra – la sua vulnerabilità nel video che accompagna e domina un’intera parete della sala. Per approfondire le tematiche di questa importante esperienza visiva di Andrea Morucchio rimando comunque al testo puntuale di Stefania Portinari pubblicato in catalogo della mostra, in questo suo scritto l’autrice individua le linee determinanti di questa esperienza che coniuga la spiritualità e la fisicità dell’artista. Ritengo solo doveroso aggiungere che in tutte le metafore, le ombre, i tropi e i simboli contenuti nell’immaginario visivo di questo lavoro sembra quasi che Morucchio abbia finalmente trovato la propria identità, ma raggiungendo il punto verso il quale tendono tutti i suoi fili, l’abbia poi eternamente smarrita.

Più riconducibile all’esperienza della video-arte, Rivoluzioni, tende a infrangere lo schema precostituito dell’immagine visiva in una sorta di transfert sensoriale che coinvolge gli elementi della spettacolarità e li riconduce a una riflessione filosofico-esistenziale. La mise en scene di questa esposizione, collocata a Palazzo Bembo nel 2012, è la sintesi di un lungo percorso introspettivo che Morucchio rivela nella fascinazione di un luogo che è tenebra e luce nello stesso tempo.

Rivoluzioni, 2012, VIPAW I, Palazzo Bembo, Venezia

Lo spazio e il tempo sospeso della rappresentazione permettono all’artista di confrontarsi in una dimensione claustrofobica che lo vede protagonista di un’azione multipla. Il suono e l’immagine sono complementari al gesto: la sbarra spezzata che giace in terra al centro della sala è la stessa che Morucchio fa roteare nel video proiettato su di un grande schermo che domina la stanza. Riflettere e riflettersi nel moto ondulatorio di quel gesto è l’azione ipnotica che l’artista reclama per esplorare l’ombra in tutti i suoi recessi, nascondigli e segreti dell’esistenza. Il diapason che cerca l’accordo tra lo spazio e la realtà è tutto nella vertigine di quel movimento e nei segni tracciati – come un mantra – sul corpo dell’artista, quasi ad invocare una sorta di purificazione, nella perfezione classica della forma.

Eidetic Bush, 2012, dOCUMENTA 13, Space 42, Hauptbahnhof, Kassel

L’invito a partecipare nel 2012 alla 13a edizione di Documenta permette a Morucchio di concepire una rigenerazione del grande affresco audiovisivo realizzato nel 2003 per la Plimsoll Gallery di Hobart in Australia, Eidetic Bush (2012); in forma di documentazione è stato invitato ad esporre dal progetto Critical Art alla tredicesima edizione di Documenta per un giorno. Eidetic Bush è un viaggio dentro alla distruzione della foresta australiana a causa degli incendi che si sono verificati nell’estate di quell’anno. In questo suo procedere, nella desolazione di un paesaggio lacerato dal fuoco, l’artista imprime un segno vitale alla corteccia degli alberi che dichiara il percorso di una riconciliazione tra l’uomo e la natura. Nella collocazione a Kassel, l’opera assume la veste di un documento della memoria, non più il viaggio dentro al girone dell’inferno dantesco quale era stata l’esperienza australiana, ma un memento dell’enorme naufragio della storia del quale rimangono soltanto i relitti. Il video, collocato all’interno della Hauptbahnhof nella dimensione asettica di un luogo-non luogo, recupera la distanza del tempo e restituisce i frantumi di un’umanità che ha disperso i valori dell’esistenza dentro a quel rogo ineffabile che cancella le tracce di ogni passato e di ogni possibile futuro. Identità e alterità sono due elementi costantemente in gioco nel lavoro di Andrea Morucchio e la situazione ambientale di una messa in opera site specific gioca spesso a favore della progettazione stessa e della sua concettualità. E’ il caso di  Play God (2014) un’installazione pensata appositamente per l’Oratorio di San Ludovico a Venezia nel maggio del 2014, qui l’artista riprende alcune idee basilari del suo percorso e le sviluppa dentro alla fascinazione di uno spazio sacrale che induce al misticismo.

Play God, 2014, Oratorio San Ludovico, Nuova Icona, Venezia

Il video, inserito come una pala d’altare nella nicchia, è contemporaneamente sdoppiato sulla parete di fronte, per una sorta di riflessione sugli opposti estremismi e per la suggestione di una visione parallela. Il corpo dell’artista, (ancora questo esporsi in prima persona) è ritratto di schiena mentre muove ritmicamente le braccia in un’azione ripetitiva e diventa il rituale perpetuo di un esercizio che induce al pensiero e alla meditazione. A fare da testure al video, Morucchio ha scelto un pattern geometrico di Frank Stella dalla serie Black del 1967, per la riaffermazione dell’ordine geometrico dell’universo. In questa logica binaria della ripetitività s’inserisce anche il tema musicale eseguito dagli strumenti a fiato suonati con la tecnica della respirazione circolare – senza pause – come senza pausa è il movimento del corpo nei video. Attorno alle due proiezioni – che restano protagoniste assolute dell’installazione – gravita la dimensione di un’atmosfera sensoriale che poggia sul tappeto/corridoio/fiume e collega l’altare alla parete opposta, un sentiero da percorrere, un varco da attraversare per la riconciliazione. Improvvisamente uno stop temporaneo e per circa un minuto il tempo sospeso della riflessione prende il sopravvento, tutto si ferma: il suono, la luce, l’azione, e resta soltanto la sensazione tattile del tappeto sotto ai piedi e il buio che avvolge e consola: inquietante come un sudario, confortante come una preghiera. Ancora il ‘doppio’ quindi, ossessivo emblema di una ricerca che conduce l’artista a l’impietosa analisi di se stesso e lo porta al tradimento del sembiante per l’affermazione effimera di un ‘Io’ diverso: purificato e dunque migliore, in grado di ristabilire un rapporto con il mondo esterno più protetto e meno esposto alla conflittualità. Qui, l’occhio dello spettatore è in grado di penetrare la mente e l’anima dell’artista, ma nell’incognita di ogni possibile interpretazione permane ancora il dubbio di Laing: “ Ho il collo sulla ghigliottina la lama scende la mia testa va da questa parte il resto dall’altra da quale parte starò io?”

Terre in Vista, 2014, Museo del Paesaggio, Torre di Mosto

Più solare e riconducibile ai temi dell’ambiente è la ricognizione che Andrea Morucchio sviluppa sui territori di bonifica di quel paesaggio che si estende tra San Donà di Piave e Torre di Mosto. Terre in vista è un’installazione commissionata all’artista dal Museo del Paesaggio di Torre di Mosto ed è composta da otto pannelli fotografici la cui misura complessiva è di 16 metri di lunghezza per 1,20 e posizionata lungo il frontale della facciata a circa 5 metri di altezza, quale antiporta artistica del Museo. Il punto di vista di Andrea Morucchio è un’indagine puntuale che parte dalla terra – pavimento, suolo, base – di ogni esperienza fisica dell’uomo, per poi focalizzare l’attenzione sul particolare e sul più infimo processo vitale che la natura rivela. Frutto di un lungo e paziente lavoro che l’artista ha sviluppato in quasi un anno di ‘appostamenti’ sul territorio per rilevare le tracce delle numerose trasformazioni che si sono succedute nel corso delle stagioni e degli influssi temporali, Terre in vista è un mosaico che compone la fascinazione di un tappeto naturale e artificiale. Qui la fotografia diventa però soltanto l’elemento iniziale dal quale parte un processo creativo più complesso e articolato sulle stagioni e sulla permanenza nei luoghi. Il risultato finale rivela un andamento visivo che rimanda allo spazialismo e all’astrattismo pittorico quale matrice di un percorso culturale dell’artista. Lo stesso Giorgio Baldo, curatore del progetto, ne delinea i contorni e sottolinea gli aspetti visionari dell’intervento: «…Morucchio ha riconosciuto, nella follia analitica dell’occhio fotografico che vorrebbe conoscere-classificare tutti i particolari del corpo della terra (e che nei particolari si perde) i contorni di poche figure. A questi grandi confini che delimitano, si è riferito come certezze del “vero” vedere; tentando di dare sostanza al genio geometrico che all’interno di essi fluttuava, governando segni, spazio, colori e movimento…»3

IMmAGINE, 2014,Galleria Michela Rizzo, Venezia

Sempre nel 2014, Andrea Morucchio partecipa a una collettiva fotografica sul tema dell’immagine urbana in dialogo con la contemporaneità. La mostra IMmAGINE,presentata alla Galleria Michela Rizzo di Venezia mette insieme il punto di vista di alcuni importanti fotografi che si confrontano con il paesaggio e le architetture dell’itinerario contemporaneo. Hamish Fulton, Mauro Ghiglione, Francesco Jodice e Andrea Morucchio, raccontano un personale percorso visivo che si snoda attraverso i luoghi attraversati dal loro quotidiano procedere dentro alla realtà dei paesaggi ambientali e di quelli industriali. Con questa mostra, Morucchio prosegue il suo itinerario all’interno delle periferie e delle zone no-progress delle città, per una verifica personale sullo stato di fatto e sull’abbandono del territorio. La prospettiva che l’artista utilizza per documentare i luoghi non parte dalla lusinga estetica dell’immagine, ma cerca invece di superarla, per un punto di vista verticale, in un tentativo di attraversare l’ostacolo della cronaca e andare oltre, verso un orizzonte più sconfinato e libero. Le sue foto diventano allora affilati strumenti di ricerca che distinguono, chiariscono, contrappongono, stabiliscono rapporti e scandagliano la realtà fino in fondo.

2015 - 2021

In concomitanza con la 56ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Andrea Morucchio presenta l’opera The Rape of Venice, al Museo di Palazzo Mocenigo, un progetto inserito nell’ambito di MUVE Contemporaneo, una rassegna di mostre della Fondazione dei Musei Civici per la Biennale. Qui l’artista ritorna al linguaggio dell’installazione multimediale e sensoriale per connettere il pubblico alla sensibilizzazione sul tema della salvaguardia di Venezia.

The Rape of Venice, 2015, Palazzo Mocenigo, Venezia

Dentro a una sala del Museo, ribattezzata White Room, Morucchio appoggia un tappeto realizzato con la riproduzione scomposta dei mosaici che vediamo sul pavimento della Basilica di San Marco. L’ambientazione sonora è costituita da suoni subacquei mixati insieme ai rumori dei natanti che attraversano il Canal Grande mentre nello schermo appaiono i titoli della stampa internazionale che denunciano la situazione di decadenza che si avverte nella città lagunare.Si tratta certamente di un’opera sociopolitica che intende denunciare i problemi di Venezia legati al sovraffollamento turistico e al degrado che ne consegue. Il viaggio sensoriale che l’artista propone dentro alla realtà artificiale di questa ricostruzione provoca uno smarrimento momentaneo e un’alterazione visiva che determina la presa di coscienza per una condizione di allarme estremo. I cinque sensi del visitatore vengono stimolati da una serie di percezioni che alterano l’attenzione e la dirottano verso uno stato di precario equilibrio tra lo sgomento e la speranza. Il profumo di alghe ghiacciate – “sensazione di suprema beatitudine” e “sinonimo di felicità” secondo lo scrittore Iosif Brodskij – che avvolge la stanza è l’indizio di una pulizia alchemica che intende ristabilire il clima provocato dalla negatività delle immagini che attraversano lo schermo.

Nel suo percorso etico Morucchio affronta anche il tema dell’immigrazione con la consueta poetica del pensiero e del segno che da sempre contraddistingue il suo lavoro. È in Red Track, (2016) la performance del 2003 realizzata in Puglia, che l’artista esplora la sofferenza di colui che è costretto a lasciare la propria terra. La vicenda è narrata in un video emblematico che Morucchio organizza con lo sguardo rivolto al dramma, senza mediazioni e sempre nella tensione di una poetica struggente che mette l’individuo in primo piano. Un uomo di colore è ripreso di spalle mentre cammina sotto il sole portando in spalla un sacco di juta che lascia cadere un filo di terra rossa segnando la traccia del suo procedere.

Red Track, 2016, VIPAW III, Palazzo Mora, Venezia

È il filo rosso che lo ricollega alla sua terra d’origine e come una sacra scrittura senza parole egli avanza, lasciando dietro di sé tutta l’esasperazione e il dolore che la sua storia racconta. Il video, presentato nelle sale di Palazzo Mora, nell’ambito della mostra: Venice International Performance Art Week nel dicembre 2016, rimane la testimonianza di un processo analitico che l’artista persegue alla ricerca di una verità interiore che trova nel gesto l’atto consolatorio di una rivalsa. Ancora una volta l’artista mette in campo se stesso, il suo pensiero, le sue idee, ma ancora una volta non sarà possibile circoscriverlo, imporgli un contenuto, rinchiuderlo in una formula, perché qualsiasi definizione sembri affermarlo, subito dopo lo contraddice. Ogni sua opera rappresenta una novità assoluta, perché muta radicalmente il punto di vista, la concezione del mondo, lo stile della rappresentazione. Andrea Morucchio chiede alla ragione gli strumenti per esprimerla e la sua visione dell’umanità è disperatamente romantica: “Finché si sta bene, non si esiste” afferma Cioran, ecco perché l’artista si mette in gioco: per scaricare la tensione nel lampo metafisico della memoria, in quella profondissima quiete che separa il dubbio dalla verità.

Il MUPA, il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto ha ospitato dal 2015 varie tipologie di opere dell’artista veneziano in diverse prestigiose collettive comprendenti differenti media: arte digitale, scultura, l’installazione permanente Terre in Vista, che sormonta l’ingresso del Museo dal 2014, e la personale fotografica Fermo Immagine (2017). La fotografia “pura”, in questo caso quella industriale, ritorna regolarmente nella ricerca e nel percorso artistico di Morucchio. “La visione del paesaggio industriale di Marghera che Morucchio presenta è quella di un luogo senza tempo, un contenitore senza “contenuto”, un’ipotesi di paesaggio irreale o il possibile “set” per l’ambientazione di nuovi scenari apocalittici.

Fermo Immagine 2017, MUPA, Torre di Mosto

È una sorta di “calma prima della tempesta” come se il paesaggio restituisse la sua visione ultima in attesa di una mutazione o della sua definitiva distruzione. C’è un tempo sospeso nelle fotografie di Andrea Morucchio, un tempo immobile che determina una condizione di passaggio, come se il luogo si staccasse per una frazione di secondo dalla realtà che lo ospita per trasferirsi in un altrove metafisico. Certo è sempre l’occhio di chi guarda che determina lo spostamento dell’immagine dalla dimensione reale a quella onirica, ma in queste immagini, che ritraggono la sequenza ordinata di un luogo – non luogo, rimane un punto fermo nel modo di fotografare di Morucchio e cioè quello di restituire un’autentica emozione visiva”. (Stefano Cecchetto) Un paesaggio industriale inteso come deposito di archeologie culturali, storiche, umane, fisiche e materiali. Dalla sua estetica ed enigmaticità Morucchio trae inspirazione per riprogettarne una identità visiva, antropologica, come corpo stesso dell’immagine. Isolamento, spettralità e straniamento, diventano formanti figurativi ed intervento critico sulla fenomenologia del “non luogo”. Un paesaggio industriale interpretato da Morucchio come “lieu de mémoire”, in cui l’esperienza del luogo diventa profondità non comune, quindi privata,  e in cui la congiunzione fra differenze e ripetizioni gioca con l’apparizione di una lontananza, o il sintomo del visivo. Nelle sequenze fotografiche di Morucchio, si scopre che gli spazi tra le immagini, -gli interstizi-, non si limitano ad un ruolo inerte di separazione, ma diventano una interzona dove l’ibridazione è investimento semantico: la memoria e l’inconscio, la polisemia di tempi e spazi, l’astrazione e l’ambiguità del luogo, i ritmi ed i silenzi, l’isolamento e l’alter-realtà. Un’atmosfera irreale e metafisica in cui lui si trova immerso, e che diventa stimolo e chiave di lettura per interpretare fotograficamente il territorio, facendo emergere una nuova visione del reale che eleva il “non luogo” di una zona industriale a luogo con un’identità piena e intellegibile.” (Laura Cornejo Brugués) 

Dal 2015 Morucchio crea una serie di opere digitali dal titolo Puzzling composte da migliaia di “tessere” fotografiche che riproducono parti del mosaico pavimentale della Basilica di San Marco a Venezia. Le stesse tessere sono state utilizzate, disposte casualmente da Morucchio, per creare la pavimentazione dell’installazione The Rape of Venice al Museo di Palazzo Mocenigo. Motivi geometrici, fitomorfi e zoomorfi sono riposizionati e ordinati per reinterpretare una selezione di dipinti di maestri del passato cercando un punto di contatto, un incontro con la grande pittura del Rinascimento per verificare l’esistenza di un rapporto con l’arte del passato.

Puzzling Baroque series | Revisiting Guido Reni’s Il Suicidio di Cleopatra 2017, detail, digital print on acrylic glass, unique piece.

Le immagini “iconiche” della pittura rinascimentale, che vengono individuate da Morucchio, sono poi rielaborate in un processo di frammentazione cromatica che ne dichiara l’identità; diventano visioni scomposte e vengono restituite in fragili elementi frammentati, come pezzi di memoria che ritornano dopo un’esplosione. Il tempo e lo spazio di questa restituzione avvengono tutti all’interno del moderno concetto di pixel, strumento di elaborazione dei dati sensibili delle immagini. Ma le caratteristiche che governano questa singolare ars combinatoria sono generate dalla poetica personale dell’artista che riesce a fondere concetti diversi e a disporli in soluzioni e modelli di rara raffinatezza estetica. Da Leonardo a Botticelli, da Giorgione a Tiziano che entrano nelle sale delle suggestioni con un taglio ideologico, con lo stereotipo di immagini già usurate del consumismo estetico, e quindi facilmente interpretabili dal grande pubblico. La peculiarità di Morucchio sta nella sua capacità di portare questi riferimenti in un diverso tipo di filosofia interpretativa che interrompe il cerchio temporale per aprirsi verso i territori sempre più ampi del linguaggio moderno. In occasione della mostra personale Puzzling, l’Immagine è altro, anche (2019) alla Galleria l’Occhio, Venezia, in collaborazione con Bugno Art Gallery, il progetto Puzzling di Morucchio si arricchisce di una nuova serie di opere dal titolo Puzzling Pop; al posto delle piastrelle che riproducono il pavimento della Basilica di San Marco l’artista ha raccolto migliaia di immagini di ali di farfalla che utilizza per rivisitare una selezione di opere di Andy Warhol. 

Puzzling, l’Immagine è altro, anche, Galleria l’Occhio, Venezia

Lo sviluppo del progetto Puzzling nella reinterpretazione di soggetti dell’arte pittorica rinascimentale ha stimolato Morucchio ad ampliare il raggio d’azione confrontandosi con il movimento artistico che, dalla fine degli anni ’50, ha introdotto una nuova figurazione e indagato per primo il sistema di comunicazione standardizzato e omologante della nascente società dei consumi. “Lungi da essere soltanto delle citazioni, le “figure” riprese in mirata posa dall’artista, si presentano in maniera tale da scardinare ed intrappolare le pretese certezze percettive; esse sono piuttosto immagini duplicate, anzi bi-frontali o, meglio, multi-dimensionali, per cui lo sguardo dello spettatore viene adescato, rimane “irretito”, attratto quindi nella “rete” delle loro catene fattuali di strutturazione e di significazione. Da questo sorge la complessità di risonanze e di richiami posti in atto in queste immagini-specchio (non diversamente da quelle neuronali) e a tale funzione, se si osserva bene, rivelative persino della archetipica sembianza dell’ermafrodito occultata negli incantevoli ritratti femminili di Leonardo e della polisemia mercificata e regressiva attinente a certi “miti” di massa. ossessivamente anticipati ed esaltati da Warhol.” (Toni Toniato)

Engagement Acts è una video installazione presentata per la mostra collettiva The Scent of Time a Venezia nel 2019 per la prima edizione della Majhi International Art Residency organizzata dalla Durjoy Bangladesh Foundation in collaborazione con Lightbox e successivamente nello stesso anno a Dhaka con il supporto dell’Ambasciata d’Italia per la 15° Giornata del Contemporaneo / Contemporary Art Day di AMACI. Si tratta di una serie di video che documentano le azioni dell’artista realizzate in un paesaggio marino desolato e spoglio; una particolare atmosfera straniante, dai contrasti marcati e da uno spettro di colori limitato. 

Engagement Acts, Combo, Venezia

Si tratta di azioni in cui Morucchio interagisce con gli elementi di questo ambiente: tronchi d’albero, rocce e sabbia; azioni catartiche, sfogo liberatorio ma anche manifestazioni di un’espressione istintiva e primitiva della creatività – ritualità che negli anni ha caratterizzato alcuni progetti installativi di Morucchio. “L’idea romantica di Natura scompare del tutto, la visione antropocentrica dell’uomo che modifica l’ambiente a suo piacimento sembra implodere in se stessa, lasciando spazio all’environment stesso e all’intelligenza ecologica dell’artista contemporaneo che interviene in modo apparentemente privo di senso, in quanto la profonda comprensione dell’ambiente stesso e il rapporto che è possibile instaurare o meno con esso non può che avvenire attraverso infiniti tentativi e continui fallimenti sia psichici che fisici che concettuali.” (Andrea Pagnes) 

Venezia Anno Zero, 2020, Archivio Cini, Venezia

Durante il periodo di blocco causato dal Corona Virus Andrea Morucchio ha iniziato il progetto Venezia Anno Zero video documentando per più di due mesi gran parte delle zone di Venezia. La bellezza e lo spirito della città lagunare sono riemersi dal momento in cui tutte le attività legate alla mono economia basata sullo sfruttamento del turismo di massa sono cessate permettendo alla città di manifestare una bellezza struggente e metafisica. Una bellezza e un fascino senza precedenti nella storia della città lagunare, effetto di un evento epocale su scala internazionale che a Venezia ha improvvisamente azzerato gli evidenti effetti deleteri della sua gestione negli ultimi decenni.  Così si è trovato a vivere questo momento di sospensione che porta chi nonostante le restrizioni di movimento ad attraversare Venezia a vivere un’esperienza che non è esagerato definire onirica, aggirandosi furtivamente per le calli, non avendo Morucchio volutamente richiesto alcun permesso ufficiale per muoversi in una città sotto controllo della polizia e documentando gran parte delle zone di Venezia raccogliendo una notevole quantità di materiale video utilizzandolo inizialmente come diario online sui social network postando brevi video montati che riportano il luogo nel giorno e nell’ora delle riprese. Successivamente questo materiale è stato montato con la collaborazione di un musicista contemporaneo per diventare un’installazione video-audio. Le immagini sono state estrapolate dai video per un progetto editoriale di un libro fotografico e anche per essere stampate ed esposte come opere fotografiche. “Una Venezia come non l’avete mai vista, sospesa tra cielo e mare e totalmente deserta per la chiusura. Una Venezia silenziosa, non più inghiottita dal caos, che finalmente respira e restituisce una bellezza senza precedenti. Immersa in un’atmosfera senza tempo, ricca di suggestioni oniriche e metafisiche, appare come cristallizzata. Inondata di luce e magicamente sublimata dal suo stesso isolamento.” (Roberta Vanali). 

Beyond the Face | Les Bernardes | Girona

Da novembre a gennaio 2021 Morucchio partecipa alla mostra Beyond the Face, the Contemporary portrait al Centro d’Arte Les Bernardes di Girona, Spagna. La curatrice Laura Cornejo Brugés riserva un’intera sala alle opere della serie Puzzling Pop creata appositamente per questa mostra, le cui pareti sono state dipinte in relazione ai colori delle opere esposte. Per l’occasione Morucchio ha anche creato un video Puzzling Pop video experience – in cui la parte sonora creata dal musicista Leonardo di Angilla accompagna i visitatori della mostra. La mostra riunisce i progetti degli artisti Andrea Morucchio, Andy Warhol, Olivier de Sagazan e Jordi Abelló, quattro sensibilità eclettiche  che con linguaggi interdisciplinari affrontano in un nucleo di opere il genere del ritratto contemporaneo. Utilizzando strategie citazioniste e revisioniste, Morucchio opera sui famosi ritratti delle icone mediatiche di Andy Warhol, utilizzando una tecnica di collage digitale – la giustapposizione di frammenti fotografici di ali di farfalla – con cui decostruisce la morfologia dei volti. I soggetti ricevono una nuova texture visiva, grazie alle alterazioni cromatiche e alle tracce espressive di un puzzle che rinnova il loro senso di individualità. (Laura Cornejo)