“Su Andrea Morucchio e Laudes Regiae”, testo critico di Paolo Toffolutti, 2007, ita

Un sorriso accompagna il soffio esistenziale che A.M. ha appoggiato a terra nel salone del camino dell’ex convento dei Santi Cosma e Damiano a Venezia. Quel sorriso fuoriesce da un antico elmo e si trasferire definitivamente nello spazio esterno con uno sguardo assorto ed allo stesso tempo beffardo, simile a quello espresso da certi ornamenti in forma di nani messi a guardia dei moderni giardini.

Sono diciasette pezzi di una scacchiera tutti uguali, percorsi da infiniti bozzi, gole, irregolarità contratte dentro la sfocatura di un unico ripetuto sguardo. Sono ghigni coraggiosi congelati nel vetro, formae vitae insufflate dentro uno stampo malico, che ancora contiene il vuoto dell’alito e della vita che l’ha ingenerato. Ma rappresentano anche un cimitero delle uniformi in forma di mezzi busti sgusciati, ottenuti rivoltando il dentro nel fuori, mezzi corpi non più protetti dall’armatura, esposti alla fragile nudità messa al mondo a portata di un calcio.




Appaiono come volti giocondi che plasticamente conchiudono la loro parabola in una smorfia enigmatica, presagio del non poter o saper parare il colpo che da sempre incombe sul proprio e sull’altrui destino. Andrea Morucchio guarda alla scultura moderna e contemporanea che guarda al passato, per dialogare tra facce e architetture. Il luogo e la figura umana, prima che da A.M., sono stati attraversati con molti percorsi, da Medardo Rosso, Gino De Dominicis, Anish Kapoor, Thomas Schutte tra gli altri. L’oggetto fatto rosso - come i calchi di sangue di Antony Mc Queen - sposta la riflessione dalla forma alla materia. Il vetro, la trasparenza, l’intangibilità di cui sono fatte queste guardie le accomuna a pedine insanguinate, schierate ad offesa e difesa della stessa parte. Medardo Rosso ha aperto il percorso che raccorda figura ad architettura in un largo ed ininterrotto gesto di luce che ora sfiora il vetro opaco di Laudes Regiae come allora la cera.

La materia è già immagine di luce, luce riflessa che, sapientemente guidata, ha condotto il gesto e lo sguardo fuori dalla portata della mano. Non credo serva sottolineare il richiamo al sacro, basti pensare all’esempio di infinita invulnerabilità dei profili di Gilgamesh e Urvasi, chiaroscurati nei tableau che Gino De Dominicis ci ha lasciato e che così singolarmente si interfacciano con questo esercito di vuoti.

Thomas Schutte, infine, esprime tutta la socialità del popolo che trasuda in ogni figura, un popolo ricomposto in una domestica unità posta a custodia di tutti gli attimi della vita. Una mondanità che accoglie questi vetri dalle superfici convesse e dai bordi curvi e che si raccorda in forme unitarie e semplici, simili ed opposte alla funzionalità del design Alessi che si fa ironica e confidenziale mentre dialoga con gli stereotipi della cultura dei cartoons entro forme utili dall’aspetto organico, fitomorfico o fallico.

Alto e basso rimbalzano in continuazione, nulla può più essere sensualmente o concettualmente separato: l’oggetto insidiato da una forma comica si circonda di un’aurea di sacralità come un’emozione o un pensiero volubile preso tra il riso ed il pianto. Parafrasando Louis Wauxcelles ci si potrebbe così esprimere per l’operaLaudes Regiae: “Diciasette nani nel mezzo del ‘400!”