“L’Immagine è Altro, Anche”, testo critico di Toni Toniato, 2019, ita

“Accostarsi al lavoro di Andrea Morucchio significa entrare in una dimensione creativa proteiforme – apparentemente disorientante, forse – che è andata costituendosi in un ampio orizzonte di ricerca: fotografia, scultura, installazione, video e performance sono, infatti, i mezzi che l’artista utilizza da più di due decenni in una continua sperimentazione di dimensioni espressive, esperenziali e creazioni di senso.”

Tale premessa, esplicitata da Laura Poletto nel testo introduttivo alla monografia “Morucchio” edita da Bugno Art Gallery – resta quanto mai valida per conoscere e comprendere in modo non meno orientativo la svolta, oggi, impressa dalla nuova direzione di ricerca che connota le opere dell’artista – forse quelle tra le sue più “pittoriche”- ancorché nell’immaterialità di una pittura “elettronica” fondata allo stesso tempo sulla costruzione di algoritmi computerizzati e sulle prerogative straordinarie di una sensibilità tanto acuminata quanto riflessiva, tanto allarmata quanto allarmante. E con ciò inverando e manifestando essenzialmente un pensiero per l’appunto dell’immagine nel suo farsi quale “segno” di sé e d’altro.

Dunque egli raffigura ancora una volta una alterità costitutiva dell’immagine, anzi ontologica, la medesima che presiede del resto in maniera radicalmente dialettica ogni suo lavoro, ogni aspetto dei suoi intriganti e molteplici processi creativi. E che, ora, nei “ritratti” o nei “fiori”, qui, raffigurati – modelli-manifesto, da un lato, della pittura di Leonardo da Vinci e, dall’altro, di quella di Andy Warhol, dai quali prende infatti deliberato riferimento l’artista, appropriandosene per un omaggio o per una rivisitazione tutt’altro che convenzionali – dimostra altresì di introdurre e di reggere pertanto un dialogo di imprevedibili ma pure intriganti corrispondenze.

Ma allo stesso modo arriva a spalancare un vorticoso labirinto visivo e filosofico di interazioni concettuali e di significati immaginativi, servendosi a siffatto compito sia di sorprendenti metonimie che di illuminanti metafore per esprimere e trasmettere allo stesso tempo sia seducenti rievocazioni figurali e sia inquietanti allusioni poetiche.

Proprio per la ricchezza dunque dei contenuti concettuali e dei registri semantici, ossia per il concertato polifonico dei modi e dei temi specificamente formali, splendidamente da lui affrontati e proposti con queste singolari versioni digitali, occorrerebbe seguire un’indagine critica più specifica, cioè intraprendere una analisi intanto sistematica, meno infatti riassuntiva di quella richiesta per un’introduzione in catalogo della mostra che raccoglie per la prima volta questi lavori. E, tuttavia, anche tali più complete esplorazioni conoscitive, sebbene metodologicamente necessarie, non consentirebbero ugualmente di riuscire poi a considerare e descrivere in maniera esauriente l’effettiva portata, tanto inventiva quanto poetica, del linguaggio e delle relative problematiche da lui, ora, investigate e splendidamente argomentate.

Come intendere pertanto la complessità delle questioni e delle operazioni da lui poste in essere – messe in forma – cogliendo come sarebbe del resto doveroso il senso quindi integrale e profondo delle sue elaborazioni, svolte per di più nello specifico di una declinazione quanto mai originale di tech-art – oltre dunque la suggestione delle apparenze elementari che quelle “citazioni” esibiscono clamorosamente, da subito infatti riconoscibili, anzi irresistibilmente calamitanti – se non tentando magari di individuare qualche motivo in relazione principalmente all’esito di per sé già distintivo, ossia alla inconfondibile qualità espressiva delle singole proposizioni formali.

Non a caso risultante in effetti da una concezione estetica basata soprattutto su di un rigore concettuale altrettanto esigente sia sul piano speculativo che su quello fattuale.

Molteplici sono d’altra parte gli elementi che costituiscono gli aspetti linguisticamente originali dei suoi recenti lavori, incardinati visualmente in una trama d’immagine che si rivela come un puzzle, insieme poi strutturante e destrutturante le “figure”, fondendo l’analogico e il digitale, per cui la stessa trama qui dell’immagine – il magnetizzante appeal dell’immagine – non può essere, alla fine, se non la forma medesima della sua duplicità originaria. Di questo si tratta e di questo essa si mostra, come a significare di un qualcosa insieme di assolutamente definito e di indefinibile – l’arte ha davvero il potere di pensare l’impensabile – e in questo si avventura la pulsione creativa che anima la serie anche delle attuali “rappresentazioni”, ben lontane da ogni compiacente prestazione decorativa e da ogni ludico intrattenimento.

Forse un approccio meno scontato potrebbe essere, al momento, quello di non fermarsi alla lampante notorietà di queste “icone” storiche, alcuna delle quali divenute addirittura degli “stereotipi”e usate come tali dalla pubblicità più modaiola – per di più riprodotte ora, con mezzi virtualmente simulativi – e nemmeno cedere però ai loro effetti meramente percettivi o all’empatia che ci spinge a perderci nella esuberanza persino di suggestioni tanto estetizzanti quanto emotivamente gratificanti. Infatti, dietro la ridondanza eloquente ma ingannevole di quelle abusate citazioni - meravigliosamente indenni tuttavia da ogni inevitabile entropia visiva - si rimane comunque sconcertati ed affascinati dai sortilegi invece dei dispositivi concettuali e sperimentali che agiscono nella realizzazione di queste opere.

Nella sua folgorante carriera Morucchio ha praticato i più diversi strumenti e generi della ricerca artistica contemporanea, usato in modo prestigioso i nuovi media della comunicazione visuale adattandoli ogni volta alle proprie idee ed esperienze esistenziali. Ha saputo ri-vedere con sguardi nuovi, riuscendo persino ad ibridare in un magnifico composito materiale ed espressivo – per raffinate alchimie e sottigliezze mentali – linguaggi diversi: figure, suoni, gesti, parole, ma rimanendo, pur nella varietà delle risoluzioni formali, coerente con le istanze di un pensiero dell’immagine, dell’immagine della natura e della vita, delle cose e del mondo, investigando con uguale inesorabile lucidità, sia i recessi della psiche che i drammi dell’esistenza.

E già in precedenti progetti egli si era cimentato con una analoga prospettiva di visione, insieme immaginativa e critica, la quale forniva inoltre, sia pure in maniera meno sublimata, un’innovativa dizione attorno al tema dibattuto dell’arte sull’arte, rivisitando con grande acume e con introspettiva passione talune figure e luoghi – forme e simboli – della pittura e della scultura del passato, istituendo con ciò un colloquio a distanza fatto di inusitate correlazioni spirituali e poetiche.

Questa fase ulteriore proietta inoltre una diversa modalità visiva di ricognizione storica, sposta la frontalità oggettiva della rilevazione documentale e mimetica nell’obliquità trasformativa dell’interpretazione, rinnovando ed attualizzando con ciò un’esperienza che in questo caso non è solo sensoriale, bensì coinvolge i diversi apparati della sfera estetica. Lungi da essere soltanto delle citazioni, le “figure” riprese in mirata posa dall’artista, si presentano in maniera tale da scardinare ed intrappolare le pretese certezze percettive; esse sono piuttosto immagini duplicate, anzi bi-frontali o, meglio, multi-dimensionali, per cui lo sguardo dello spettatore viene adescato, rimane “irretito”, attratto quindi nella “rete” delle loro catene fattuali di strutturazione e di significazione.

Da questo sorge la complessità di risonanze e di richiami posti in atto in queste immagini-specchio (non diversamente da quelle neuronali) e a tale funzione, se si osserva bene, rivelative persino della archetipica sembianza dell’ermafrodito occultata negli incantevoli ritratti femminili di Leonardo e della polisemia mercificata e regressiva attinente a certi “miti” di massa. ossessivamente anticipati ed esaltati da Warhol.

Come è fin troppo facile notare, Morucchio ri-produce “icone” celebri – ostentatamente entrate del resto nella usurante fruizione dell’immaginario collettivo, anzi ritualmente divenute feticci oramai della crescente bulimia visiva ( dalla onnivora pubblicità all’irresistibile narcisismo nel ricorso puerile al selfie) – ma qui quelle icone sono rappresentate, invece, attraverso una sorta di “anamorfosi” concettuale e percettiva, la cui formulazione consente all’artista di sviare volutamente da ogni ricalcante e perentoria assertività, del tutto tautologica, anzi egli giunge ad insinuare, mediante impercettibili modifiche delle tessitura figurale, ulteriori capziose prospettive, riuscendo addirittura a fondere e coniugare in una medesima strutturante articolazione il lessico stereotipato della pop art e le grammatiche percettive dell’op art, la fotografia digitale e la pittura a pixel.

E ancora una volta, dunque, egli ci presenta un ciclo di lavori che insieme affascinano e sconcertano per intensità speculativa e valori formali. Come tessere musive che si susseguono e si aggregano per ricomporre un disegno, già predisposto, così i pixel – sarebbe da dire i “quanti” di questa energetica che genera l’organismo dell’immagine – rivestono un’avventurosa funzione ricognitiva.

La quale permette all’artista di smontarne e rimontarne la particellare morfologia, attivando un dedalo inestricabile di magnetismi visivi, di situazioni temporali e di percorsi spaziali, nella polivalente dimensione di una tramatura immateriale che non può prevedere margini o profili determinati, ma che di continuo si fa e si tramuta in una dinamica indefinita di forme – di atomi di colore e di impulsi segnici – fatta talvolta da una radiosa texture di elementi astratti oppure di micro fotogrammi di splendide ali di farfalla.

Quello allora che l’artista mette a tema non è tanto la riproduzione elettronica di storiche figurazioni pittoriche ma l’essenza stessa dell’immagine come tale, la natura problematica se non inesplicabile della sua duplicità, del suo essere simbolicamente apparizione di sé e di altro, in concreto il farsi mirabilmente idea e cosa, sostanza e ragione, forma e senso per l’appunto propri del vero “enigma” dell’arte. E della sua illuminante verità.